lunedì 25 giugno 2012
...ascolto Matisyahu e la sua buffa musica jamaicana mischiata al sound bianco e irriverente degli Heights ebrei di NY ma la testa mi finisce su una spiaggia della Sardegna in una rara vacanza del 2006. Dalle dune di Scivu, ex deposito minerario abbandonato ai giunchi e alla macchia mediterranea negli anni 70, c'è una strada fatta di asfalto brullo, quello che si faceva una volta, meno scorrevole ma resistente al sole e al vento della Terra Vecchia; si inerpica lungo le larghe gole dell'immediato entroterra aspro e brullo. Guardi il mare al tramonto, è uno spettacolo che ti rapisce letteralmente lo sguardo, una lastra d'oro e argento appoggiata ad un filo di sabbia prima del verde odoroso di legno, di ginepro, di piccola vegetazione bassa e silenziosa. Ti viene automaticamente da guidare piano, con i finestrini bassi, con la mano fuori a seguire la sinuosità delle scie, la morbidezza delle onde di vento che ti muovono il polso e ti gettano in faccia piccole zone di caldo torrido e di fresco dell'ombra. Hai i piedi scalzi in barba alle leggi vigenti sulla giuda, occhiali scuri e la pelle che odora di sale, di sole, di sabbia e di asciugamani buttati nello zaino e gettati nel baule. Hai in gola il fresco dolciastro dell'ultimo vino morbido e invitante, l'essenza del bianco misto all'acidulo dell'uva schiacciata in casa e imbottigliata sotto le volte a secco della cantina. Hai la musica perfetta e raggae che sembra unisca il caldo umido di Kingston con questo lembo di terra vecchissima, magnetica e magica. Porti la macchina dentro e fuori dalle curve con la bellissima indolenza e sicurezza dell'essere senza pensieri.
Aggrappate letteralmente al fianco della montagna, sopra a 1400 km di gallerie minerarie scavati a forza con le unghie e con i denti, dall'inizio dell'800 ci sono le case tirate a calce di Arbus: due ristoranti con l'olio scuro e forte degli ulivi locali, pesce in mille ricette, gente silenziosa, con le spalle larghe e le mani più dure della pietra scavata per generazioni. C'è la luce ormai tagliente a lama dell'ultimo tramonto quando ti siedi sulla balaustra della finestra di casa e osservi quel miracolo d'equilibrio, di bellezza e di armonia inspiegabile che c'è nell'attimo prima che il sole sparisca dal tuo orizzonte. C'è ancora questa musica, questa foglia d'oro leggerissima che ti si appoggia dentro guardando certe cose, ascoltando certi ritmi, vivendo una certa vita che ha il bello di non tornare più indietro come quell'estate, ma che possiede la chiave di depositarsi sul fondo e mandare a KO tutto il brutto che può esserci nel vivere. Basta aprire la testa e ripensare a Scivu, ad Arbus e alla Sardegna.
Iscriviti a:
Commenti sul post (Atom)

Nessun commento:
Posta un commento